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Innovazione

La percezione dei social media nei Paesi emergenti

di Alessandra Rotondo notizia del 14 maggio 2019

Attenzione, controllare i dati.

Negli ultimi anni Internet e i social media sono stati parte integrante delle proteste politiche, dei movimenti sociali e delle campagne elettorali in tutto il mondo. Dalle Primavere arabe alla diffusione mondiale del #MeToo, i social e la connettività digitale hanno rappresentato canali fondamentali di propagazione, tanto nelle economie avanzate quanto in quelle emergenti.

D’altro canto, servizi e piattaforme molto popolari come Facebook e WhatsApp hanno anche attirato l'attenzione sul potenziale ruolo che hanno nel diffondere disinformazione, facilitando la manipolazione politica e alimentando il clima di violenza e intolleranza.

Fa riflettere, ad esempio, che il governo dello Sri Lanka abbia inibito l’accesso ad alcuni social media e servizi di messaggistica istantanea dopo gli attentati di Pasqua. Se la decisione – motivata dal contenimento di gravissime minacce alla sicurezza pubblica – risulta comprensibile, lascia anche a chiedersi se misure del genere non suggeriscano un’involuzione percettiva rispetto ai canali digitali di comunicazione: da strumenti di libertà a propagatori di istanze corrosive del tessuto sociale.

In questo contesto, un’indagine del Pew Research Center – condotta sulla popolazione adulta di undici Paesi emergenti – prova a comprendere il rapporto tra tecnologie, informazione e sviluppo socio-economico nel paradigma della comunicazione digitale. In sintesi, l'opinione prevalente nei Paesi oggetto dell'indagine è che gli smartphone, Internet e i social media hanno amplificato effetti sia positivi che negativi. Rendendo i cittadini, da una parte, più informati e politicamente coinvolti; dall’altra più esposti ai danni della misinformation e della manipolazione.

In ciascuno degli undici Paesi sondati è la maggioranza degli intervistati a ritenere che l'accesso a Internet, ai telefoni cellulari e ai social media abbia avuto effetti positivi sull’informazione e sulla partecipazione politica. In sette degli undici Paesi è metà o più della popolazione adulta a ritenere, inoltre, che la tecnologia renda più «accoglienti» nei confronti di chi ha un punto di vista diverso dal proprio.

Ma i benefici percepiti sono spesso accompagnati dai timori sui limiti della tecnologia come strumento per l'azione politica o la ricerca di informazioni. Anche se molti intervistati sostengono, infatti, che i social media hanno potenziato la capacità d'influenza della gente comune sul processo politico, in otto Paesi su undici è la maggioranza e ritenere che piattaforme come Facebook o WhatsApp abbiano contemporaneamente incrementato i rischi di manipolazione ai danni dei cittadini stessi, tanto da parte dell’establishment politico nazionale quanto di potenze straniere capaci, con la loro azione, d’interferire sui processi elettivi.

Allo stesso modo, la visione diffusa secondo cui la tecnologia ha reso le persone più informate è spesso accompagnata da preoccupazioni sulle maggiori vulnerabilità cui device e piattaforme ci espongono. In dieci Paesi su undici, infatti, la maggioranza degli intervistati ritiene che la tecnologia abbia reso più facile manipolare le persone con notizie false. Ed è il 64% dell’intero campione ad affermare che gli utenti dovrebbero essere molto preoccupati per l'esposizione a informazioni tendenziose o errate quando utilizzano i loro smartphone.

Infatti, le posizioni «favorevoli» e «contrarie» alla tecnologia in qualche modo portano il gioco a somma zero, segnalando, anzi, che proprio laddove c’è maggior consapevolezza (ed entusiasmo) nei confronti delle potenzialità del digitale viene posto anche maggior pensiero agli effetti collaterali, alle possibili storture e alle minacce. Non è un caso che in dieci Paesi su undici l'idea che la tecnologia abbia reso le persone più informate è correlata al timore delle fake news e della manipolazione. Ugualmente, nella maggior parte dei Paesi sondati, l'idea che la tecnologia abbia reso le persone più tolleranti è correlata all’idea di un inasprimento del divario tra le diverse posizioni politiche.

In alcuni segmenti – come quelli caratterizzati da livelli di istruzione più alti e da un più intenso utilizzo dei social media – le persone sono particolarmente inclini a soffermarsi su entrambe le facce della medaglia della diffusione tecnologica: un aspetto che si coglie nitidamente nelle risposte provenienti da gran parte dei Paesi oggetto dell’indagine. Qualcosa di simile accade rispetto al «clima» che gli utenti dichiarano di percepire sui loro canali social, che è al contempo foriero di «nuove idee, posizioni e visioni diverse dalla propria» e di fake news, disinformazione, tentativi di manipolazione e distorsione della verità e dell’informazione.

Particolarmente frastagliate sono poi le opinioni su quanto i social network siano affidabili, da un punto di vista informativo, nel confronto con gli altri canali. Solo in Vietnam la fiducia accordata ai digital media è largamente superiore rispetto a quella riconosciuta ad altre fonti. Anche rispetto al «clima d’odio», che è comune ritenere si respiri online più che altrove, i pareri non sono omogenei e tendono nell’insieme alla neutralità.

Rispetto all’accettazione dell’altro – e al fatto che abbia idee diverse dalle nostre – contano poi molto le esperienze e le interazioni del singolo utente. Guardando agli undici Paesi nel loro complesso, il 36% degli utenti dei social media – che diventa circa il 50% in Kenya e Venezuela – afferma di aver scoperto che le convinzioni politiche di qualcuno erano diverse da quelle ipotizzate sulla base dei contenuti che quella stessa persona pubblicava sui social media. Se per oltre il 50% degli utenti colti da questa «sorpresa» la considerazione ulteriore è che la tecnologia ha approfondito le differenze tra le opinioni politiche, in sette Paesi su undici gli utenti sono comunque più inclini a ritenere che l’accesso alla tecnologia faciliti l’accettazione delle persone che hanno opinioni diverse rispetto alle proprie.
Anche se i social media hanno offerto ai cittadini nuovi modi per scoprire e condividere informazioni, nei Paesi emergenti le persone si sentono più a proprio agio a parlare di politica di persona, piuttosto che online. In Libano, ad esempio, è il 78% della cittadinanza a dichiarare di sentirsi a proprio agio nel discutere di questioni politiche di persona, mentre solo il 39% lo è nell’affrontare gli stessi argomenti sulle piattaforme social.

Nel complesso, l’indagine mostra che le persone che si sentono più tranquille nel discutere di politica negli spazi digitali tendono a essere più ottimiste rispetto all’impatto delle tecnologie sulla politica nel loro Paese. E di solito sono anche più propense a descrivere positivamente la qualità dell’informazione cui riescono ad accedere online e a valorizzare la capacità della rete nel far circolare idee nuove e nel favorire l’accettazione di posizioni diverse rispetto alle proprie.

Tuttavia, vale la pena sottolineare che i livelli di comfort percepiti dalle persone nell’esprimersi online hanno ben poca correlazione con i diritti civili e le libertà (di pensiero, d’espressione, dissenso) tutelate nei Paesi d’appartenenza. Detto altrimenti: che gli utenti si sentano liberi sui social non è un indice attendibile di democrazia.

L'autore: Alessandra Rotondo

Laureata in Relazioni internazionali e specializzata in Comunicazione pubblica alla Luiss Guido Carli di Roma, ho conseguito il master in Editoria di Fondazione Mondadori, Unimi e Aie. Da diversi anni mi occupo di contenuti, dal 2015 al Giornale della libreria. Molti dei miei interessi coincidono con i miei ambiti di ricerca e di lavoro: i social media e la cultura digitale, il branded content, l'e-commerce, i libri non necessariamente di carta e l’innovazione in quasi tutti i suoi aspetti. Fuori e dentro Internet.

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