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Innovazione

Con Quibi Hollywood punta sui film a portata di smartphone

di Alessandra Rotondo notizia del 4 settembre 2019

Attenzione, controllare i dati.

Se Hollywood e la Silicon Valley avessero un bambino, scriveva qualche giorno fa il «Los Angeles Times», il suo nome sarebbe Quibi. O almeno è così che il signore del cinema Jeffrey Katzenberg e la magnate del tech Meg Whitman guardano alla loro comune, recente, nuova impresa: la società Quibi, per l’appunto.

Il nome sta per quick bites, rapidi morsi, e ha in programma di realizzare prodotti audiovisivi premium – film, in un certo qual senso – girati da registi pluripremiati e distribuirli «parcellizzati» in episodi dalla durata di circa 10 minuti. Elemento di novità, le storie saranno sviluppate esclusivamente e peculiarmente per la visualizzazione su smartphone.

Se, infatti, l’arrivo e la popolarizzazione del video streaming e in particolare di Netflix – con la sua app così usabile e leggera – ha abilitato questo tipo di consumo mediale sugli schermi domestici (da quelli televisivi ai laptop, passando per tablet e cellulari), è altrettanto vero che nessun investimento economico e di ricerca e sviluppo si era ancora mosso in questa direzione. D’altronde, a fruire dei contenuti Netflix dallo schermo da pochi pollici dello smartphone sarebbe, per il momento, un utente del servizio su dieci.

Quello che Quibi vuole mettere in atto, però, è un vero e proprio cambio di prospettiva. Al momento, chi guarda un film sul cellulare guarda, sostanzialmente, un film molto in piccolo. Con tutto quello che consegue in termini di perdita della qualità e del dettaglio, di impoverimento dell’esperienza di fruizione.

La società, invece, che distribuirà i suoi contenuti attraverso un’app mobile, si propone di produrre narrazioni tagliate sulla specificità del piccolissimo schermo. «Quello che vorremmo offrire agli utenti è la qualità di HBO e la comodità di Spotify» ha dichiarato Whitman. «Non siamo Facebook Watch. Non siamo Snapchat. Non siamo Instagram TV. Non siamo YouTube. Siamo Quibi e, pur non denigrando affatto queste piattaforme, vogliamo posizionarci su un livello diverso».

Tra gli investitori di Quibi ci sono diverse grandi case di produzioni di Hollywood, comprese Disney, MGM e Warner Media. Tra le persone che stanno realizzando o realizzeranno contenuti per la piattaforma ci sono invece molti pezzi da novanta della regia come Spielberg (con un horror che si potrà vedere solo di notte), del Toro con una serie zombie e Farrelly con una commedia.

Pare inoltre che Quibi abbia chiuso, per il momento, contratti pubblicitari per oltre 100 milioni di dollari, con aziende del calibro di Google e Procter & Gamble, che per il primo anno nello specifico, saranno partner esclusive. Ma il modello di sostenibilità punta anche sugli abbonamenti: quello con la pubblicità costerà 5 dollari al mese, 8 senza.

Quibi distribuirà in esclusiva i suoi prodotti solo per i primi sette anni dalla messa in onda. E soltanto per i primi due il vincolo sarà stringente sul format, non consentendo l’elaborazione di film, sceneggiati, serie, audiovisivi a partire dall’opera originaria. Questo significa che la piattaforma potrà essere usata come palcoscenico di prova per narrazioni che potranno poi approdare o evolversi altrove: dalla sala cinematografica a un’app concorrente come Netflix.

E, a proposito di concorrenza, Katzenberg non sembra temere più di tanto – almeno per il momento – l’abbondanza di contenuti audiovideo (spesso gratuiti) a portata di smartphone. Sostiene che la differenza la farà la qualità delle narrazioni offerte, guidata dalla grande esperienza nel selezionare «storie che il pubblico non sapeva di voler guardare» maturata in anni e anni di lavoro nel settore. «Se qualche tempo fa ti avessero chiesto se poteva interessarti un film che racconta la storia di un orco verde di nome Shrek, come avresti risposto? Scommetto che avresti risposto “No grazie”».

L'autore: Alessandra Rotondo

Laureata in Relazioni internazionali e specializzata in Comunicazione pubblica alla Luiss Guido Carli di Roma, ho conseguito il master in Editoria di Fondazione Mondadori, Unimi e Aie. Da diversi anni mi occupo di contenuti, dal 2015 al Giornale della libreria. Molti dei miei interessi coincidono con i miei ambiti di ricerca e di lavoro: i social media e la cultura digitale, il branded content, l'e-commerce, i libri non necessariamente di carta e l’innovazione in quasi tutti i suoi aspetti. Fuori e dentro Internet.

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