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Fiere e saloni

«Le cose belle si fanno in luoghi belli». Intervista ad Annamaria Malato

di Giovanni Peresson notizia del 15 novembre 2018

Attenzione, controllare i dati.

«Il primo successo di Più libri più liberi fu nell'anno della sua inaugurazione, il 2002» raccontava qualche mese fa  Annamaria Malato, presidente della fiera. «Da allora, per sedici anni, il nostro pubblico ci ha seguito, si è consolidato ed è cresciuto in maniera costante. Quella del 2017, con il passaggio al Roma Convention Center La Nuvola è stata però un’edizione da record».
Quando mancano meno di venti giorni all’inizio della diciassettesima edizione – meno di venti giorni alla «seconda» ne La Nuvola – è una Più libri che guarda al futuro la fiera a cui ci avviciniamo. E lo fa con la conferma di essere l’evento culturale più importante della capitale e uno dei più rilevanti in Italia. Un evento culturale che è anche momento d’incontro e aggiornamento professionale, officina, laboratorio e vetrina della piccola e media editoria.
Quando mancano venti giorni a Più libri più liberi 2018, la newsletter che la precede e la racconta – che attualmente esce con cadenza settimanale, ma diventerà quotidiana nei giorni della fiera – torna da Annamaria Malato per un confronto e qualche anticipazione.
 

Se dovesse fare un breve bilancio, cosa metterebbe più in evidenza?

L’edizione 2017 aveva confermato ciò che tutti noi pensavamo. Le potenzialità della manifestazione per la piccola editoria e il suo esser diventata un punto di riferimento per i cittadini di Roma: un appuntamento culturale che ha ormai un posto fisso nelle loro agende. Un appuntamento che permette di incontrare la produzione di editori che non sempre si trovano e si possono comprare in libreria.
Gli oltre 100 mila visitatori dello scorso anno sono qualcosa che va ben oltre il semplice dato numerico. Sono espressione di una domanda culturale che la città esprime. Mentre il crescente numero di espositori è la conferma che la fiera rappresenta un reale incubatore per la piccola e media impresa editoriale italiana. Un incubatore che ha saputo far crescere marchi già noti al pubblico nel 2002 e altri ne ha fatti nascere e scoprire, espandendo la dimensione autoriale, i generi, i mondi letterari, le geografie editoriali oltre i nostri confini che è stato più facile esplorare e attrarre grazie al Fellowship Program e, da quest’anno, con il Rights Centre.
Fin qui siamo arrivati. Da qui dobbiamo continuare il percorso sfruttando al meglio le potenzialità di quello che non esiterei a definire lo spazio espositivo più suggestivo a livello internazionale. Le cose belle si fanno in luoghi belli!
 

Uno dei temi che ha acquisito sempre più forza è quello dell’internazionalizzazione…

Abbiamo lavorato a stretto contatto con gli Istituti italiani di cultura all’estero. Saranno presenti in fiera Spagna, Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti. E lo stesso convegno d’apertura della convegnistica professionale – organizzato in collaborazione con ALDUS, la rete europea delle fiere del libro coordinata da AIE di cui Più libri è parte – vuole creare un momento di confronto di respiro europeo con gli editori nostri pari grado di Inghilterra, Spagna e Germania, cercando di capire qual è la situazione in quei mercati, quali sono le difficoltà che incontrano i piccoli e medi editori degli altri Paesi, se le sfide sono o meno comuni. Così come la presenza a molti incontri di relatori stranieri, il potenziamento del Fellowship Program, la nascita del Rights Centre che ne raccoglie ed espande l’esperienza più che decennale e quella del Business Centre.
Ma crescono anche le partnership con il mondo dei media, cresce il programma culturale e quello professionale, cambia il tema e grandi intellettuali, pensatori e autori ci aiuteranno a esplorarlo e costruirlo. Per il momento, poco posso raccontare di tutto questo. Toccherà darsi appuntamento al dopo conferenza stampa, che si terrà il 21 novembre alla Camera di Commercio di Roma, Sala del Tempio di Adriano.

L'autore: Giovanni Peresson

Mi sono sempre occupato di questo mondo. Di editori piccoli e grandi, di libri, di librerie, e di lettori. Spesso anche di quello che stava ai loro confini e a volte anche molto oltre. Di relazioni tra imprese come tra clienti: di chi dava valore a cosa. Di come i valori cambiavano in questi scambi. Perché e come si compra. Perché si entra proprio in quel negozio e si compra proprio quel libro. Del modo e dei luoghi del leggere. Se quello di oggi è ancora «leggere». Di come le liturgie cambiano rimanendo uguali, di come rimanendo uguali sono cambiate. Ormai ho raggiunto l'età per voltarmi indietro e vedere cosa è mutato. Cosa fare da grande non l'ho ancora perfettamente deciso. Diciamo che ho qualche idea. Viaggiare, ma forse non è il viaggio che mi interessa. Intanto continuo a dirigere l'Ufficio studi dell'Associazione editori pensando che il Giornale della libreria ne sia parte, perché credo sempre meno nei numeri e più alle storie che si possono raccontare dalle pagine di un periodico e nell'antropologia dei comportamenti che si possono osservare.

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