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Fiere e saloni

La fiera come tappa di un percorso identitario. Il Saggiatore

di Giovanni Peresson notizia del 22 maggio 2018

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Rispetto al classico format dello stand come libreria chiusa, un’esposizione del catalogo della casa editrice, nelle fiere del libro sembrano funzionare sempre più formule capaci di offrire un’esperienza al visitatore. Si tratta soprattutto di stand con all’interno spazi per incontri o addirittura interamente pensati come luogo per accogliere un palinsesto di eventi, come quelli di Robinson o della Lettura.

Originale è stata la presenza del Saggiatore al Salone del libro di Torino di questa edizione: un tentativo di gamification, con la creazione di un stand riassumibile in un percorso in grado di coinvolgere il visitatore. Abbiamo intervistato Andrea Gentile, direttore editoriale del Saggiatore, per chiedere di raccontarci com’è nata questa idea.
 

Come descriverebbe lo stand a chi non l’ha visitato?

Con il supporto di Fabrizio Confalonieri, dello Studio Cree e art director della casa editrice, abbiamo elaborato un percorso: due sentieri che permettono di avere alla fine un «test della personalità».

All’inizio si è di fronte a un emisfero emotivo e un emisfero razionale, si passa poi di fronte a delle isole con dei libri della casa editrice, che vengono rappresentate da delle parole chiave, coppie di significato: notte e giorno, singolare e plurale, presenza e assenza. Il visitatore a questo punto ha un gratta e vinci tra le sue mani, compie una scelta e, alla fine del sentiero emotivo e di quello razionale, avrà due responsi: due test della personalità che danno anche due consigli di lettura, due titoli del nostro catalogo che rispondono alla domanda Qual è il tuo libro ideale?

Abbiamo cercato di rendere esperienziale la nostra presenza in fiera attraverso lo stand, con l’idea anche di far viere un momento di sospensione in un contesto tutt’attorno caotico. Un modo per far fermare il lettore e farlo anche ragionare.
 
 
C’è anche una sostenibilità economica nel progettare stand di questa natura?

Certo, c’è sicuramente dietro un ragionamento anche di questo tipo. La progettualità è per forza parte di un tentativo di sostenibilità economica. Oramai da qualche anno si è creato un percorso identitario molto chiaro a chi lavora nella nostra casa editrice, che poi ha dei riscontri anche all’esterno. Su vari fronti, non da ultimo quello economico, visto che sono quattro anni che cresce il fatturato. La questione è quella di «editorializzare», di rendere progettuale ogni singolo atto della casa editrice.

L’anno scorso abbiamo provato a farlo a Torino, lanciando un segnale anche se leggermente meno progettuale rispetto allo stand di questa edizione, ma comunque con una sua struttura architettonica. L’idea è stata quella di presentare allo stand un solo titolo, proprio nell’anno in cui Il Saggiatore festeggiava i 60 anni di attività: i libri in catalogo sono tantissimi, ma noi abbiamo deciso di concertarci su un progetto in particolare, basato sulla quadrilogia di Joyce Carol Oates. Si è trattato soprattutto di un atto simbolico in grado di restituire il percorso identitario che sta facendo la casa editrice.
 
 
Come è stato progettato lo stand, con quanto anticipo?

Abbiamo iniziato a parlarne e a lavorarci già a dicembre. È stato un lavoro molto intenso e soprattutto interno. È un modo di procedere proprio della nostra casa editrice: tutti concorrono e discutono a ogni scelta. Abbiamo cercato di creare un’estetica del libro molto precisa e molto identitaria, che fosse riconoscibile all’interno di un’estetica più generale che abbiamo condotto negli ultimi anni.

In questo caso, attraverso un’esperienza interattiva, ciò che speriamo di essere riusciti a restituire a chi è venuto al nostro stand è un grande motto della casa editrice: «i libri sono strumenti per comprendere il mondo e per conoscere se stessi».

L'autore: Giovanni Peresson

Mi sono sempre occupato di questo mondo. Di editori piccoli e grandi, di libri, di librerie, e di lettori. Spesso anche di quello che stava ai loro confini e a volte anche molto oltre. Di relazioni tra imprese come tra clienti: di chi dava valore a cosa. Di come i valori cambiavano in questi scambi. Perché e come si compra. Perché si entra proprio in quel negozio e si compra proprio quel libro. Del modo e dei luoghi del leggere. Se quello di oggi è ancora «leggere». Di come le liturgie cambiano rimanendo uguali, di come rimanendo uguali sono cambiate. Ormai ho raggiunto l'età per voltarmi indietro e vedere cosa è mutato. Cosa fare da grande non l'ho ancora perfettamente deciso. Diciamo che ho qualche idea. Viaggiare, ma forse non è il viaggio che mi interessa. Intanto continuo a dirigere l'Ufficio studi dell'Associazione editori pensando che il Giornale della libreria ne sia parte, perché credo sempre meno nei numeri e più alle storie che si possono raccontare dalle pagine di un periodico e nell'antropologia dei comportamenti che si possono osservare.

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