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Editori

Turchia, resoconto di un anno di censura

di Camilla Pelizzoli notizia del 3 luglio 2017

Attenzione, controllare i dati.

Dopo il fallito colpo di Stato del 2016 tutto in Turchia è cambiato. Lo stato di emergenza è stato più volte protratto; il potere legislativo è stato ceduto all’esecutivo e le operazioni antiterroristiche sono presto state rivolte anche verso chi esprimeva dissenso attraverso movimenti civili. In questo momento tumultuoso anche la libertà di espressione e di stampa continuano a essere represse e in balia della censura, come abbiamo spesso ricordato sul Giornale della libreria.

Ora l’associazione degli editori turchi ha compilato un rapporto sullo stato dell’editoria turca da giugno 2016 a giugno 2017, ricordando tutti i casi di repressione subiti dal mondo dell’editoria e dell’informazione. I numeri, così raccolti, delineano una situazione terribile e sostengono la denuncia degli editori, formando un quadro inquietante sulla contemporaneità in Turchia.

Si parla di 30 case editrici chiuse, con decreti legge appositi, e migliaia di professionisti disoccupati; Turhan Günay, membro dell’Associazione e tra i candidati al Prix Voltaire, è in prigione da mesi per il suo lavoro editoriale, così come Gökçe Fırat Çulhaoğlu. Ahmet Nesin e Ragıp Zarakolu (proprietario di Belge Publishing) sono accusati di terrorismo per aver espresso la propria opinione sul regime. Moltissimi altri scrittori e accademici sono stati licenziati, ingiustamente accusati e/o imprigionati per la stessa ragione.  

Stanno aumentando, inoltre, i raid atti a confiscare libri. Spesso vengono organizzati dopo una decisione dei tribunali senza che le case editrici siano informate, fatto che impedisce loro di fare poi un reclamo formale; i libri non vengono restituiti e, oltre a essere una violazione della libertà d’espressione, diventano anche un fattore di perdita economica non indifferente.

Ovviamente anche la scuola e l’editoria scolastica sono state colpite da questi provvedimenti, e molti libri non sono più considerati come adatti o necessari all’educazione dei più piccoli. Molti insegnanti non si sentono più sicuri nello scegliere testi che potrebbero essere invisi al regime. D’altronde, quando sono molte le persone che hanno dovuto affrontare accuse, processi e anche dei periodi in prigione semplicemente per quello che hanno scritto sui propri profili social, un settore come quello dell’educazione – da sempre sotto l’occhio attento del governo – sente ancora di più i paletti imposti.

Il rapporto dell’Associazione Editori Turchi parla di questi casi, e di molti altri ancora. Un atto di protesta e coraggio necessario per continuare a esercitare il proprio diritto di parola.

L'autore: Camilla Pelizzoli

Laureata in Lettere moderne (con indirizzo critico-editoriale), ho frequentato il Master in editoria. Mi interessa la «vita segreta» che precede la pubblicazione di un libro – di carta o digitale – e mi incuriosiscono le nuove forme di narrazione, le dinamiche delle nicchie editoriali e il mondo dei blog (in particolare quelli letterari).

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