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#OpenAccessWeek. Lo stato degli open data secondo Figshare

di Alessandra Rotondo notizia del 23 ottobre 2017

Attenzione, controllare i dati.

In occasione dell’Open Access Week, la settimana dell’accesso libero e senza barriere al sapere scientifico, Figshare ha condiviso i risultati della ricerca The State of Open Data, quest’anno alla sua seconda edizione.

La piattaforma – che si definisce una repository digitale per la ricerca accademica, dove gli utenti possono rendere disponibili i loro lavori in maniera citabile, condivisibile e ricercabile – vuole esaminare e quantificare l’attitudine dei ricercatori a lavorare con gli open data, partendo dalle loro esperienze.

Realizzata con la collaborazione di alcuni gradi editori di settore (come Springer Nature e Wiley), l’indagine ha potuto contare quest’anno sulle risposte di 2.300 partecipanti, contro i 2 mila dell’anno passato. Sul fronte della provenienza geografica, il report registra una crescita di partecipanti tra i ricercatori dell’area asiatica (dal 20% al 29%), dell’Africa (dall’1% al 6%) e del Sud America (dal 5% all’8%).

Le ragioni che spingono i ricercatori a condividere in Open Access i dati della ricerca scientifica. 
Fonte: Figshare


Stando ai dati rivelati dall’indagine, i ricercatori starebbero diventando più consapevoli dell’importanza degli open data e del loro utilizzo (l’82% degli intervistati di quest’anno contro il 73% di quelli dello scorso anno); mentre sarebbe sempre meno rilevante, nell’avvicinarsi alla condivisione aperta del sapere scientifico, il fattore anagrafico. L’utilizzo degli open data, infatti, non mostra un incremento significato tra i ricercatori più giovani rispetto a quelli più anziani: se tra i 25-34enni è passato dal 75% del 2016 all’85% del 2017,  anche tra i 55-64enni ha conosciuto un incremento percentuale di dieci punti (dal 70% all’80%). In generale, la disponibilità dei ricercatori a utilizzare set di dati aperti nella propria ricerca è cresciuta in maniera simile per tutti i gruppi di età, spingendo i numeri attorno all’80%.

Anche l’attitudine alla condivisione di quei ricercatori già avvezzi all’accesso aperto è aumentata nel confronto tra 2016 e 2017, rallentando però la sua corsa: nell'ultimo periodo è passata «solo» dal 57% al 60%. Si è ridotta, invece, la percentuale di chi non ha mai reso apertamente disponibile un set di dati, passando dal 23% del 2016 al 21% del 2017. Analizzando più in profondità questa specifica percentuale di ricercatori, si scopre che il 65% di loro sarebbe comunque disponibile ad usarne in un lavoro di ricerca, mentre il 63% è genericamente a conoscenza della loro esistenza (era il 51% solo un anno fa). In generale, cresce la propensione dei ricercatori a «curare i dati» in vista della condivisione: dal 67% dell’anno scorso al 74% di oggi, un incremento di sette punti percentuali.

L'autore: Alessandra Rotondo

Laureata in Relazioni internazionali e specializzata in Comunicazione pubblica alla Luiss Guido Carli di Roma, ho conseguito il master in Editoria di Fondazione Mondadori, Unimi e Aie. Da diversi anni mi occupo di contenuti, dal 2015 al Giornale della libreria. Molti dei miei interessi coincidono con i miei ambiti di ricerca e di lavoro: i social media e la cultura digitale, il branded content, l'e-commerce, i libri non necessariamente di carta e l’innovazione in quasi tutti i suoi aspetti. Fuori e dentro Internet.

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