Il tuo browser non supporta JavaScript!
Curiosità

Le conseguenze della Brexit sui videogiochi

di Alessandra Rotondo notizia del 1 ottobre 2018

Attenzione, controllare i dati.

L’industria Uk dei videogiochi vale 5 miliardi di sterline e vanta più di 2 mila società di sviluppo, che impiegano oltre 12 mila dipendenti a tempo pieno. Il 57% di queste aziende assume personale proveniente dagli stati dall’Unione Europea: un terzo del totale dei lavoratori è straniero. La Gran Bretagna, d’altronde, è storicamente una delle nazioni trainanti nel mondo dei videogame, con marchi come Codemasters, Lionhead Studios, DMA Design, Ocean, Psygnosis… e ha avuto la capacità, negli ultimi anni, di affermarsi soprattutto in ambito mobile, con titoli come Candy Crush Saga, partorito da King – la più grande azienda sviluppatrice di giochi su Facebook – che ha sede proprio a Londra.

Conclamata meta di espatrio, il Regno Unito riceve ogni anno cervelli e braccia pronte a inserirsi in ogni settore lavorativo. E l’industria dei videogiochi non fa eccezione. Ciò ha finora permesso agli studios inglesi di accogliere molti tra i migliori sviluppatori europei (e non solo), creando ambienti di lavoro multiculturali e di alto livello. Un processo certamente facilitato dai regolamenti dell’Unione, che permettono ai suoi cittadini di spostarsi liberamente tra gli stati membri e di recarsi in un altro Paese per studio o lavoro con poche beghe burocratiche.

Uno scenario che la Brexit – soprattutto se le trattative con l’Ue falliranno – rischia concretamente di mettere in crisi. Sia sul fronte della possibile restrizione all’accordo che garantisce la libera circolazione delle persone sul territorio europeo che su quello che tocca specificamente i piccoli e talentuosi team di sviluppo britannici, che non potranno più accedere ai fondi stanziati dall’Unione Europea (si pensi, ad esempio, al Sottoprogramma MEDIA di Europa Creativa per i videogiochi). Ma anche, più in generale, rispetto alla competitività economica del settore all’indomani della fuoriuscita dall’Europa.

Mentre il dibattito politico imperversa e i rischi si fanno sempre più concreti, gli studios indipendenti cercano di sensibilizzare a loro modo l’opinione pubblica sul tema, percorrendo il linguaggio che praticano meglio: quello del videogame.


È un filone iniziato già qualche anno fa, precisamente l’8 agosto 2013, quando lo sviluppatore Lucas Pope pubblica Papers, Please, una strana avventura in pixel art dove il giocatore veste i panni di un ispettore di frontiera con il compito di controllare i documenti di chi si presenta ai cancelli. Il 23 giugno 2016, con non poca sorpresa, la Gran Bretagna vota a favore dell’uscita dall’Unione Europea e due anni più tardi, quando il rischio di una Brexit no deal è sempre più concreto, arrivano due nuovi giochi che ironizzano amaramente sulle conseguenze dell’uscita.


Uno è Not Tonight. Creato da PanicBarn, il titolo catapulta il giocatore in una realtà distopica dove, a seguito del voto popolare, sotto la Union Jack ha acquisito corpo politico un partito nazionalista e di estrema destra, degenerazione dell’UKIP. Il protagonista del gioco, vittima della xenofobia, ha come unica strada per sopravvivere quella di accettare un lavoro imposto dallo stesso stato totalitario che lo perseguita, pena il ritiro della social card e l’impossibile permanenza sul suolo di sua maestà.

L’altro è Pick your own Brexit, gioco di ruolo pubblicato da Bloomberg e ideato dal giornalista politico Robert Hutton. Ispirato nella grafica e nelle musiche ai videogames dei primi anni '90, il gioco prende avvio con una domanda: «Il primo ministro britannico Theresa May sta giocando le sue mosse migliori, tu potresti fare di meglio?». Tra i tavoli con l'Unione Europea, le aspettative dei sostenitori della «hard Brexit» e lo spettro di Jeremy Corbyn, il giocatore è chiamato a compiere una serie di scelte che gli vengono sottoposte testualmente. In una struttura simile a quella del libro game, ogni risposta indirizza lo svolgimento della storia. Ogni sequenza di decisioni porta a un finale diverso.

L'autore: Alessandra Rotondo

Editor presso la redazione del Giornale della libreria. Mi sono laureata in Relazioni internazionali e specializzata in Comunicazione pubblica alla Luiss Guido Carli di Roma, poi ho conseguito il master in Editoria di Fondazione Mondadori, Unimi e Aie. Molti dei miei interessi coincidono con i miei ambiti di ricerca e di lavoro: i social media e la cultura digitale, il branded content, l'e-commerce, i libri non necessariamente di carta e l’innovazione in quasi tutti i suoi aspetti. Fuori e dentro Internet.

Guarda tutti gli articoli scritti da Alessandra Rotondo

Inserire il codice per il download.

Inserire il codice attivare il servizio.