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Curiosità

1906. Ritorno al futuro (del mercato editoriale)

di Giovanni Peresson notizia del 11 March 2019

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Continuando ancora questo viaggio alla scoperta della storia del nostro Giornale e della nostra Associazione – un viaggio intrapreso ormai qualche settimana fa prendendo a pretesto la celebrazione dei suoi primi 150 anni di vita – un altro dei fili conduttori che collegano tra loro molti articoli pubblicati sul «Giornale della libreria» d’inizio Novecento, e che abbiamo avuto modo di cogliere esplorando i nostri archivi, è il confronto tra le pratiche commerciali in uso nel nostro Paese e quelle proprie degli altri mercati nazionali.

Un esempio particolarmente felice è la ripresa (sul numero del 18 marzo 1906, in un articolo firmato da Paul Baillière) di parti di un libro uscito negli Stati Uniti: A publisher’s Confession (Doubleday Page & Co, New York, 1905) a opera di Walter H. Page. Un libro «dal carattere pratico» come «l’enunciazione dei capitoli mostra»: Cause del successo dei cattivi romanzi e dell’insuccesso dei buoni; Quali sono le probabilità di uno scrittore sconosciuto; La sorte di un libro edito a spese dell’editore e così via.


«Un tratto caratteristico del commercio librario negli Stati Uniti è la prevalenza delle opere d’immaginazione: del romanzo. Esso è il libro per eccellenza – the book – come si dice, riservando per lui solo il termine generico. Qualche romanzo eccita un vero entusiasmo e se ne vendono 200 mila esemplari. Un tale editore di libri non vuole intraprendere pubblicazioni di cui non speri una vendita di almeno 100 mila esemplari […]. Il pubblico del nuovo continente non è lo stesso che il nostro: là la vita è intensa, l’azione è ovunque; il tempo e il gusto mancano per le lunghe letture [corsivo nostro]. Là si vogliono libri che scuotono violentemente i nervi e commuovano profondamente il cuore. […] da ciò delle sorprese straordinarie [e un diverso rapporto tra autore ed editore]: gli editori [fanno] subire ad [alcune] opere delle amputazioni che in Francia non sarebbero state permesse tanto facilmente».

Poi «i manoscritti vengono presentati  a dei lettori in titolo e subiscono la prova di almeno due dotti lettori prima di giungere al consiglio dei soci al quale si uniscono spesso i capi dei differenti servizi. I rapporti vengono letti e, dopo uno scambio rapido e preciso si alcune osservazioni, è stabilito il valore commerciale dell’impresa».

E «uno dei mezzi più originali che gli americani impiegano per indovinare la probabile vendita, è l’uso dei dummies. Appena che il primo capitolo d’un volume è pronto, se ne tirano un dato numero di esemplari col titolo e la copertina; si completa lo spessore approssimativo del libro con carta bianca e questo simulacro di libro che si chiama dummy viene consegnato ai commessi viaggiatori. Questi fanno le librerie al dettaglio, raccolgono le ordinazioni e l’editore, prima ancora di terminare la stampa del suo volume, sa già quante copie gliene verranno acquistate al primo colpo».

Insomma, non si può dire che la redazione del «Giornale della libreria» non guardasse già allora all’evoluzione del commercio del libro e al futuro del settore.

L'autore: Giovanni Peresson

Mi sono sempre occupato di questo mondo. Di editori piccoli e grandi, di libri, di librerie, e di lettori. Spesso anche di quello che stava ai loro confini e a volte anche molto oltre. Di relazioni tra imprese come tra clienti: di chi dava valore a cosa. Di come i valori cambiavano in questi scambi. Perché e come si compra. Perché si entra proprio in quel negozio e si compra proprio quel libro. Del modo e dei luoghi del leggere. Se quello di oggi è ancora «leggere». Di come le liturgie cambiano rimanendo uguali, di come rimanendo uguali sono cambiate. Ormai ho raggiunto l'età per voltarmi indietro e vedere cosa è mutato. Cosa fare da grande non l'ho ancora perfettamente deciso. Diciamo che ho qualche idea. Viaggiare, ma forse non è il viaggio che mi interessa. Intanto continuo a dirigere l'Ufficio studi dell'Associazione editori pensando che il Giornale della libreria ne sia parte, perché credo sempre meno nei numeri e più alle storie che si possono raccontare dalle pagine di un periodico e nell'antropologia dei comportamenti che si possono osservare.

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